maestro piero

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Incipit del GGG

In Uncategorized on 28 marzo 2012 at 11:00

Il GGG - illustrazione di Quentin Blake

Sofia non riusciva a prender sonno. Un raggio di luna che filtrava tra le tende andava a cadere obliquamente proprio sul suo cuscino. Nel dormitorio gli altri bambini sognavano già da tempo. Sofia chiuse gli occhi e rimase immobile tentando con tutte le forze di addormentarsi. Ma niente da fare. Il raggio della luna fendeva l’oscurità come una lama d’argento e andava a ferirla in piena faccia. Nell’edificio regnava un assoluto silenzio; non una voce dal pianterreno, non un passo al piano di sopra. Dietro le tende, la finestra era spalancata, ma non si udiva né un passante sul marciapiede, né una macchina per la strada. Non si avvertiva il più lieve rumore; mai Sofia s’era trovata in un tale silenzio. Forse, si disse, questa è quella che chiamano l’Ora delle Ombre.

Per inaugurare la biblioteca scolastica del nostro plesso ogni classe doveva pensare ad una attività. Io ho pensato ad un puzzle per ricomporre l’inizio di uno dei libri presenti (il GGG di Roald Dahl) e poi leggere il brano ricomposto. In questo modo chi aveva letto il libro lo poteva riconoscere e gli altri potevano essere invogliati a proseguire da soli la lettura. Detto fatto, ho scomposto la prima mezza pagina più o meno in sintagmi: ne sono venuti fuori dei cartoncini da ricomporre alla lavagna col patafix. L’esercizio è divertente anche per riprendere in classe, magari a gruppi, qualche ragionamento sulla coesione e coerenza di un testo narrativo.

Da questa idea ne è nata un’altra che riguarda la poesia: pensare che “dietro” al testo in prosa c’è una poesia, anzi più d’una. Pensare che le parole in prosa sono collegate tra loro in modo da raccontare una storia, ma svincolate da questo compito possono incontrarsi a formare altri significati.
Ho dato ad ogni alunno un foglio con l’incipit in prosa (questo) e ho mostrato alla lavagna cosa se ne poteva fare: ritagliare i “pezzetti con un significato” e riutilizzarli per scrivere versi. Attenzione a non frammentare troppo il testo (non le singole parole ma più o meno le espansioni come in analisi logica); ugualmente non tagliare intere frasi (siamo nel plagio). I frammenti sono stati incollati su un foglio e dopo una mia valutazione li ho invitati a riscrivere il testo facendo un po’ di “editing”, piccoli aggiustamenti di sintassi dove fossero necessari.
Mi è sembrata un’esperienza riuscita, lo si è visto dal silenzio e dalla concentrazione durante il lavoro e dai commenti positivi nei giorni successivi.
A me è sembrato interessante che il processo creativo sia conseguente a quella che alla fine è stata un’esperienza di lettura del testo, liberato dai vincoli narrativi. Quello che ne è venuto fuori non è totalmente altro rispetto alla prosa ma qualcosa che gli si affianca in modo coerente. Abbiamo esplorato altri sensi del testo, guidati dalle medesime parole.

P.S. perchè nulla ne vada sprecato … ho fatto la questua delle parole (“un articolo, una preposizione, molto gentile”) e alla fine ho raccolto in un barattolo le parole non utilizzate. Stabiliamo il principio che le parole in poesia sono come il pane che non si butta via. Si dovranno riutilizzare come si fa con gli avanzi di cucina.

Qualche esempio:

In piena oscurità dietro le tende
il raggio d’argento della luna
già da tempo andava a ferirla come una lama.
Immobile sul suo cuscino
Sofia non udiva una voce
Sofia avvertiva un tale silenzio.

L’Ora delle ombre era nell’edificio
Sofia sognava al piano di sopra
ma gli altri bambini
non riuscivano a prendere sonno.

Un passante chiuse gli occhi
e rimase il raggio di luna
che fendeva il marciapiede.

Un raggio di luna regnava
sull’oscurità
in assoluto silenzio

Gli altri bambini dietro le tende
sognavano con tutte le forze.

Ombre come una lama.

Spalancando la finestra
non si udiva nessun rumore

Sofia regnava su un assoluto silenzio

Il raggio di luna sul marciapiede
L’edificio rimase immobile.

DA “SAN MARTINO” A “SIN MIRTINI” E OLTRE

In Uncategorized on 10 febbraio 2012 at 16:26

Boccioni - cavaliere

DA “SAN MARTINO” A “SIN MIRTINI” E OLTRE

SAN MARTINO 1

Anno nuovo, quinta nuova. Il maestro Piero è stato spedito in un’altra quinta.
Laboratorio di informatica con gruppi misti di quarta e quinta. Cosa faccio? Scriviamo una poesia conosciuta da tutti capisco come se la cavano con la scrittura elettronica. La scelta cade su San Martino (uno mi recita sicuro San Martino campanaro, din don dan).
Dopo aver scritto la poesia, nell’incontro successivo lascio che venga “editata” esplorando le funzioni che permettono di ingrandire le lettere, colorarle, cambiare il tipo di carattere ecc. Abbiamo qualcosa di questo genere (si devono immaginare font e colori):

la nebbia agl’irti colli
piovigginando sale
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar.

SAN MARTINO 2

Cominciamo a lavorare sulla materia. Per prima cosa modifichiamo l’ordine dei versi spostandoli nell’ordine che più ci aggrada. Questa operazione ci consente di usare a più riprese la “selezione” e il “trascinamento” con il mouse. La poesia sulla quale lavorare viene posizionata in altra pagine con “seleziona” “copia” e “incolla”. Uno degli alunni ha avuto la felice idea di metterla semplicemente in ordine inverso (mente matematica). Al di là del gioco di apparenze vale la pena di notare e fare notare che i versi mantengono la loro autonomia anche nella nuova poesia così come i nuovi significati che si ottengono possono essere giudicati interessanti. Per questo si invitano gli alunni a comunicare alla classe le proprie “invenzioni”.
Questa è una riscrittura alla rovescia, idea del creativo della classe:

nel vespero migrar
com’esuli pensieri
stormi d’uccelli neri
tra le rossastre nubi

sull’uscio a rimirar
sta il cacciator fischiando
lo spiedo scoppiettando
gira sui ceppi accesi

l’anime a rallegrar.
va l’aspro odor de i vini
dal ribollir de’ tini
ma per le vie del borgo

urla e biancheggia il mar.
e sotto il maestrale
piovigginando sale
la nebbia agl’irti colli

(in ordine alfabetico)

va l’aspro odor de i vini
urla e biancheggia il mar
tra le rossastre nubi
sull’uscio a rimirar
stormi d’uccelli neri
sta il cacciator fischiando
piovigginando sale
nel vespero migrar
ma per le vie del borgo
lo spiedo scoppiettando
l’anime a rallegrar.
la nebbia agl’irti colli
gira sui ceppi accesi
e sotto il maestrale
dal ribollir de’ tini
com’esuli pensieri

SAN MARTINO 3

I passi successivi servono a lavorare sulla materia per arrivare a capire bene la cadenza del verso, che nel nostro caso è il settenario. Dunque l’ultimo accento cade sempre sulla 6° sillaba e facciamo attenzione a considerare sillaba poetica ogni singola emissione di fiato (certo non parleremo di sinalefe). Qui pago debito al librino di Giampaolo Dossena “Garibaldi fu ferito” che racconta e propone le infinite variazioni alla nota filastrocca. Io qui faccio fare un San Martino monovocalico in A, I, E, O (evitare U) come nel gioco di parole “Garabalda fa farata”, “Ghiribildi fi firiti” e via delirando. Facciamo il gioco “con le orecchie” cioè cambiando la grafia per salvare i suoni delle consonanti.
Il risultato è di sicuro effetto e il Carnevale è arrivato. La parte seria è che ciò che rimane dopo avere tolto ogni residuo senso ai versi è il ritmo del settenario. C.v.d.

la nabba agl’arta calla
pavaggiananda sala
a satta al maastrala
arla a bancaggia al mar.

Ma par la va dal borga
dal raballar da’ tana
va l’aspra adar da vana
l’anama a rallagrar.

Gara sa ciappa accasa
la spada scappattanda
sta al cacciatar fascanda
sall’ascia a ramarar

tra la rassastra naba
starma d’accialla nara
cam’asala pansara
nal vaspara magrar.

SAN MARTINO 4

Proseguiamo nella conoscenza del settenario. Questa volta tocca a loro produrre settenari, ma senza significato: conta solo la metrica e il ritmo.
Stiamo leggendo qualche pagine dal Signore degli anelli e abbiamo visto anche una parte del film quindi per iniziare scriviamo nel linguaggio degli Elfi (Sarà una loro traduzione di San Martino? O un canto in settenari di cui non conosciamo il significato?)
Non è semplice come può sembrare e alla fine la poesia che ne risulta va comunque letta per benino, con intonazione e sentimento.

yamma falla lacalla
faialla parrangala
aras ae ruggey
hiocre greaxy.

Gualla ralla lasalla
ruella sata mella
firrela san parella
norella anzorella

SAN MARTINO 5

Volevo fare una poesia sull’inverno in settenari e in classe avevo anche raccolto dalla poesia di Rodari “il gatto inverno” un elenco di termini che si riferivano all’inverno (bianco, freddo, slitta ecc.). Poi ho invitato gli alunni a scrivere una poesia sull’inverno partendo da quelle parole. Il risultato è stato abbastanza deludente, credo fosse meglio lasciarli liberi di scrivere con più libertà senza i vincoli del metro. Faremo meglio un’altra volta.

Vista la magra figura, nel laboratorio di informatica ho invitato gli alunni a scrivere una storia in versi, ad esempio cosa facciamo la mattina (Mi sveglio la mattina/ho sonno e sono stanco … per fare qualche esempio).
Ecco alcuni esempi del lavoro svolto. (In alcuni casi ho aggiunto e rimaneggiato insieme a loro, si deve dare l’esempio di lavoro collaborativo e cooperativo!)

UNA STORIA IN SETTENARI

è duro andare là
quel posto detto scuola.

Chi sa chi l’ha inventata
Che sia stato il nonno?
o forse il suo bisnonno?
Ma non mi importa tanto
or devo andar a scuola
se voglio imparare
Imparo poi che cosa?
A scrivere in prosa.
(gli ultimi due versi li ho aggiunti io e sono stati accettati)

UNA STORIA IN SETTENARI

La neve è tutta bianca
la scuola è stata chiusa
danziamo tutti assieme
contemporaneamente.
(un settenario di una sola parola!)

INVENTO UNA STORIA IN SETTENARI

Mi alzo stamattina
sul letto vorrei stare
la mamma lo impedisce
a scuola devo andare.

Poi faccio colazione
con un bel biscottone
mi lavo presto i denti
mi vesto in un baleno.

Purtroppo era domenica
l’errore era già fatto.
Però, però, però
a catechismo andrò.

Canto di gioia di Tsaoai-Tallee

In Uncategorized on 15 febbraio 2011 at 16:02

Canto di gioia di Tsaoai-Tallee

Io sono una piuma nel chiaro cielo
io sono il cavallo azzurro che galoppa nella pianura
io sono il pesce che brilla e guazza nell’acqua
io sono l’ombra che segue un bambino
io sono la luce della sera, la gioia dei prati
io sono un’aquila che scherza colvento
io sono un’uva dalle gocce radiose
io sono la stella più remota
io sono la frescura del mattino
io sono lo scroscio della pioggia
io sono il luccichio sulla neve ghiacciata
io sono la lunga traccia della luna sul lago
io sono una fiamma di quattro colori
io sono il capriolo nel crepuscolo della sera
io sono lo stormo delle anatre in volo nel cielo invernale
io sono la fame del giovane lupo
io sono il grande sogno di tutte queste cose.
Capisci? Io vivo, io vivo
io sono in buoni rapporti con la Terra
io sono in buoni rapporti con gli Dèi
io sono in buoni rapporti con tutto ciò che è bello.
Capisci? Io vivo
IO VIVO

Navarre Scott Momaday, Amicizia con la terra , edizioni Il punto d’incontro

Questa poesia di un poeta nativo americano ci permette di riprendere il discorso sulla ripetizione in poesia (in questo caso una anafora, come abbiamo visto già in classe terza).
Dopo avere un po’ discusso in classe sul nostro rapporto sempre più distante con la natura (le piante, gli animali ecc) ho portato l’attenzione su quei momenti di serenità e di gioia improvvisa in cui il nostro essere si allarga a tutto ciò che ci circonda come se fossimo un’unica cosa (che è il sentimento della poesia). A questo punto ho invitato tutti ad un breve esercizio di scrittura creativa: scrivere una poesia come questa (Io sono …) pensando ad un momento in cui si sia vissuto in questa comunione con il mondo. La chiusa invece è stata lasciata libera.

Ne è venuto fuori un bel lavoro di cui riporto il brano di uno degli alunni (di quelli meno portati per la grammatica) e che ha colto molto bene il senso della poesia.

Io sono un vento pallido sulla neve,
Io sono un essere brillante nel cielo,
Io sono un uomo sul prato fioroto,
Io sono una finestra che risplende,
Io sono un angelo sparso tra le nuvole,
Io sono un uccellino saltarellino,
Io sono una fontana splendente,
Io sono un cane dolce,
Io sono un sole che dà calore,
Io sono una borsa piena di fiori,
Io sono delle montagne ricoperte di neve,
Io sono un albero che cresce
Io sono vivo.

HO RICORDI D’INFANZIA

In Uncategorized on 11 febbraio 2011 at 21:29


Canetti Paolo – raccolta di limoni

Ho i ricordi d’infanzia, ho i ricordi,
immagini di luce e di palmizi,
e in un fulgore d’oro
di campanili, lungi, con cicogne,
di paesi con strade senza donne
sotto un indaco cielo, piazze vuote
dove crescono aranci luminosi
coi loro frutti rotondi e vermigli;
nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,
e limoni d’un giallo impallidito
nello specchio dell’acqua della fonte;
aroma di garofani e di nardi,
forte odore di menta e di basilico;
immagini d’ulivi inargentati
a un sole ardente che stordisce e acceca,
e turchine e remote cime alpestri
con rosse tinte d’una sera immensa.

Antonio Machado, Poesie, Accademia

Questa poesia è stata semplicemente letta, commentata e ha fornito lo spunto per un disegno. Ognuno però doveva scegliere uno o più versi da scrivere sul disegno. Alla fine, dopo avere affisso tutti i disegni, ho raccolto i versi scelti in un’unica riscrittura con lo scopo di mostrare i gusti dei bambini.
Nell’insieme però si ha l’effetto di amplificare e stravolgere l’equilibrio formale della poesia con ribattute dei singoli versi o di gruppi di versi. Un modo per riflettere sulla possibile autonomia che possiamo attribuire ai versi in un testo poetico.

Ho i ricordi d’infanzia, ho i ricordi,
immagini di luce e di palmizi,
e in un fulgore d’oro
di campanili, lungi, con cicogne,

Ho i ricordi d’infanzia, ho i ricordi,
immagini di luce e di palmizi,
e in un fulgore d’oro
di campanili, lungi, con cicogne,

Ho i ricordi d’infanzia, ho i ricordi,
immagini di luce e di palmizi,

sotto un indaco cielo, piazze vuote
dove crescono aranci luminosi
coi loro frutti rotondi e vermigli;
nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,

sotto un indaco cielo, piazze vuote
dove crescono aranci luminosi

sotto un indaco cielo, piazze vuote
dove crescono aranci luminosi
coi loro frutti rotondi e vermigli;
nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,

nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,
e limoni d’un giallo impallidito
nello specchio dell’acqua della fonte;

nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,
e limoni d’un giallo impallidito
nello specchio dell’acqua della fonte;

limoni d’un giallo impallidito
nello specchio dell’acqua della fonte;

nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,
e limoni d’un giallo impallidito
nello specchio dell’acqua della fonte;

nell’ombra di un giardino c’è il limone
coi rami polverosi,
e limoni d’un giallo impallidito
nello specchio dell’acqua della fonte;

turchine e remote cime alpestri
con rosse tinte d’una sera immensa.

turchine e remote cime alpestri
con rosse tinte d’una sera immensa.

con rosse tinte d’una sera immensa.

IL PICCOLO SOLE

In Uncategorized on 7 dicembre 2010 at 16:24

IL PICCOLO SOLE

Vedete là nel cielo, in quel piccolo sole
d’inverno, tra le nebbie, un ricordo del sole?
Come la luna guarda e si lascia guardare.
Milano a mezzogiorno è già crepuscolare.

E gli alberi anneriti in quel freddo d’argento
hanno rami gentili, a tratti passa il vento,
un vento senza voce, a poco a poco imbruna.
Solo il piccolo sole come una grande luna.

Così il Duomo fiorito di grigio e di lichene
appare nelle nebbie delle notti serene.

Alfonso Gatto (da “IL vaporetto”)

Abbiamo notato come la poesia sia costruita per settenari accostati. Parole difficili sono risultate “crepuscolare”, “imbruna”, “lichene” e “Duomo”. Ho trovato alcune notizie storiche sul Duomo di Milano nel link: www.bollatenet.net/storia/duomo.htm e le ho distribuite in fotocopia. L’immagine l’abbiamo incollata su un foglio e attorno alla foto ognuno ha illustrato la poesia come voleva. La poesia è abbastanza difficile e questa volta ho pensato di scriverne insieme agli alunni una parafrasi e un commento. L’hanno imparata a memoria.

PARAFRASI E COMMENTO
Il sole nella nebbia è così piccolo e debole che sembra un ricordo del sole. Anche i nostri ricordi se confrontati con il momenti in cui li abbiamo vissuti sono sbiaditi e annebbiati.
Con la sua luce debole tra la nebbia possiamo perfino guardarlo, così come riusciamo sempre a guardare la luna.
A Milano con questa nebbia la luce è così fioca che sembra già sera.
Il “freddo d’argento” è una bella immagine del freddo con il colore della nebbia, l’argento è un metallo prezioso e la successiva immagine degli alberi neri rimanda all’idea di decorazioni su fondo grigio.
I rami sono gentili perché fanno passare il vento che è “senza voce” e silenzioso. Il nero, il freddo e il vento che spesso sono richiamati con valore negativo qui invece ci restituiscono un’immagine calma e serena. A poco a poco si fa sera (imbruna). Il sole ora diventa grande, ma è come una luna grande e solitaria (anche in “Marcetta” la luna è sola).
Il Duomo è decorato dai riflessi grigi e dai licheni (ancora riprende l’idea di una decorazione preziosa).
Così appare il Duomo nelle nebbie delle notti serene (serene perché senza nubi e serene perché tranquille). La parola “serene” non ha quindi un unico significato, come spesso accade con le parole di una poesia.

Marcetta di Alfonso Gatto

In Uncategorized on 16 novembre 2010 at 17:06


MARCETTA

Notte sull’aia,
il cane abbaia
la luna è sola,
non c’è parola
bella così.
Ed il pompiere con la sirena
Trova nel mare, sapete chi?
Il palombaro solo che cena.

Alfonso Gatto (da Il vaporetto)

Gli aspetti formali della poesia sono il metro (quinari e decasillabi, ma facciamo notare la parentela tra i due, quasi due quinari avvicinati) e le rime (baciate, alternate).
“Aia” è risultata parola poco nota.
“Con la sirena” mostra lo spostamento di significato della parola “sirena” dal camion dei pompieri al personaggio mitologico.
Ricordiamo altre poesie con lo stesso tono di nonsense: Rodari, Piumini, Palazzeschi sono alcuni dei nomi che fanno. L’esatto contrario: le poesie di Marino Moretti.
Faccio indovinare la presenza di una ripetizione significativa (l’aggettivo solo/sola). Questo ci permette di cogliere un tema della poesia: una solitudine tranquilla, un po’ sognante. Un mio alunno coglie la palla al balzo e vede la sovrapposizione di immagini facendo il paragone tra cielo e mare, tra la luna e il palombaro (ci sarebbe da ragionare su queste sovrapposizioni anche in immagine).
Disegno della poesia: molti disegnano la luna e il cane, altri il palombaro. Una bambina lo ritaglia per metterlo a tavola. Varie sirenenette.
Scriviamo insieme una poesia in quinari sul tipo di quella appena letta e poi ognuno è libero di scrivere una storiella in quinari. Quasi tutti scrivono una descrizione, solo pochi riescono a scrivere una vera e propria storiella.

poeti transitivi

In Uncategorized on 2 novembre 2010 at 11:59

Spiegando la distinzione tra verbi transitivi e intransitivi siamo incappati in un esempio “sbagliato” di verbo transitivo: VOLARE. Ho detto : “Non puoi dire ho volato il cielo ”. Però non è male come verso, siamo nel campo delle anomalie sintattiche e semantiche come l’ipallage (“il trito mormorio della rena”, “chi vespa mangia la mela”) .
Detto e fatto: scrivete dei versi con verbi intransitivi, anzi fondiamo un movimento, come quello degli impressionisti, così passa di qua Van Gogh e rimane influenzato da noi. Siamo i POETI TRANSITIVI e aboliamo i verbi intransitivi.

Non sempre vengono fuori idee memorabili, a volte però ci sono lampi di senso dovuti alla “fisicità” immediata del complemento oggetto. Ci sono anche quelli che non hanno scritto niente (troppo osé sgrammaticare apposta ?).
Ho censurato invece la mancanza totale di significato, che non arriva alla bellezza del nonsense, ad esempio in la gomma corre la matita ; non era più bello la matita corre il foglio? Avrò fatto bene?

Alcuni esempi:

Le foglie cadono il prato bagnato.
L’atleta corre la pista.
Io corro l’inverno ghiacciato.
Il pesciolino nuota il mare azzurro.
Ridere il buio scuro scuro.
Il bambino gioca il pallone.
Il merlo vola l’aria del mattino
La scimmia arrabbia la giraffa.
Io volo la mongolfiera.
Il treno corre i binari nuovi.
I bambini ridono le barzellette.
Arrabbio la mamma.
Io volo l’aeroplano.
Il mondo ride i suoi abitanti.
Vado il supermercato.

SAN MARTINO

In Uncategorized on 19 giugno 2010 at 11:42

Trova una personificazione e una similitudine.

Le strofe sono composte di quattro versi
e perciò si chiamano …………(quartine)…………
I versi hanno tutti l’ultimo accento poetico sulla 6° posizione
e perciò si chiamano ………(settenari)…………………………

È una poesia composta di quattro …(quartine… di (settenari)………

SAN MARTINO

La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Giosuè Carducci – 1883

GIOCHI DI PAROLE

In Senza categoria on 28 agosto 2009 at 15:02

escher cubo
Perché proporre giochi di parole in classe? …. Ginnastica mentale, effetto di spiazzamneto linguistico, arricchimento lessicale.
Su tutto questo alcuni libri davvero utili sono stati:
o I draghi locopei (Ersilia Zamponi)
o Le figure retoriche, effetti speciali della lingua (Bice Mortara Garavelli)
o Dossena: Dizionario dei giochi con le parole.

vai alla pagina.

POESIE

In Uncategorized on 28 agosto 2009 at 12:59

Magritte6
Le poesie di questi anni. Nei file che allego ci sono le poesie divise per anno. Per ognuna scriverò un post con le note operative, cioè con alcune indicazioni sul lavoro che secondo me si può fare attorno ad una poesia: lettura, lessico, comprensione, recitazione a memoria, illustrazione con disegni, produzione di testi, ecc.
I tag che marcano ogni post dovrebbere indicare sommariamente il tipo di indicatore al quale fare riferimento, l’autore della poesia, la figura retorica su cui principalmente si lavora.

Nelle poesie c’è sempre un “gioco” da scoprire, un uso particolare e inconsueto del linguaggio. Questo gioco è visibile ad una prima lettura nella forma (rime, metrica …) e in una o più figure retoriche presenti nel testo (gli effetti speciali della lingua, come dice la Mortara Garavelli). Anche se non mancano le poesie legate alle ricorrenze, ho pensato alle figure retoriche, da introdurre gradualmente nei diversi anni scolastici, come filo conduttore per il discorso sulla poesia.

Un discorso a parte meritano i giochi di parole come esercizio di scrittura creativa che a volte vien bene fare insieme alle poesie, altre volte sono uno spunto per scrivere un racconto.

Sono stati di grande aiuto questi libri:
o Ricettario di scrittura creativa CAP. 10 (Stefano Brugnolo – Giulio Mozzi)
o Calicanto (Ersilia Zamponi – Roberto Piumini)
o I draghi locopei (Ersilia Zamponi)
o Le figure retoriche, effetti speciali della lingua (Bice Mortara Garavelli)
o Grammatica di Dardano-Trifone sulle figure retoriche
o Dossena: Dizionario dei giochi con le parole.

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